3 Lug 2026 · Uno sguardo sulla psicologia

Il sistema dell'ansia: un allarme (forse) sempre acceso

Un meccanismo antico per anticipare i pericoli, in un mondo di minacce non sempre tangibili

L'ansia si è sviluppata per anticipare una minaccia probabile, dedotta da segnali indiretti. Il meccanismo si è evoluto lungo due direzioni, la minaccia fisica e quella sociale, ugualmente pericolose per i nostri antenati. Oggi si scontra soprattutto con minacce che non hanno più un inizio e una fine riconoscibili, e per questo restano accese più a lungo del necessario.

In sintesi
  • L'ansia è la reazione all'anticipazione di una minaccia probabile, dedotta da indizi indiretti, non la risposta ad un pericolo presente.
  • Si è evoluta per due tipi di pericoli ugualmente vitali per i nostri antenati: il pericolo fisico e l'esclusione dal gruppo, che un tempo significava perdere protezione e risorse.
  • Oggi si manifesta spesso come un'allerta che non si esaurisce mai del tutto, verso il lavoro, il denaro, le notizie, ma non solo, perché mancano i segnali che un tempo indicavano che il pericolo era passato.

Secondo l'ultimo Rapporto sul Benessere equo e sostenibile dell’Istat, Dominio “Salute”, l'indice che sintetizza il disagio psicologico della popolazione italiana, costruito su quattro dimensioni tra cui rientra l'ansia, si è fermato nel 2024 a 68,7 punti su una scala 0-100, dove i valori più alti indicano un maggior benessere. Sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente. Dietro questa apparente calma, però, si nota una tendenza precisa: tra il 2016 e il 2024 il punteggio è sceso di oltre due punti nella fascia 14-34 anni, un peggioramento che ha colpito soprattutto le ragazze. Già oggi, tra i 14 e i 19 anni, il divario tra maschi e femmine sfiora i sei punti e mezzo (74,9 contro 68,5). Un dato che non spiega da solo perché l'ansia sembri diventata una costante della vita quotidiana di tante persone, ma che aiuta a inquadrare la domanda: cosa rende, oggi, un'emozione nata per proteggerci così difficile da spegnere?

Capita di scorrere il telefono e vedere gli amici a cena senza di noi, o di controllare più volte se qualcuno ha risposto a un messaggio che sembrava importante: in questi casi il corpo reagisce prima ancora che sia successo qualcosa di concreto. Questo scarto, allarmarsi in anticipo sulla base di un sospetto, è ciò che distingue l'ansia dalla paura. La paura è la risposta a una minaccia già manifesta, qualcosa che vediamo o sentiamo accadere. L'ansia si attiva invece davanti a una minaccia soltanto inferita, dedotta da indizi indiretti e incerti: una distinzione proposta da Boyer e Lienard (2006, in Stein & Nesse), che descrivono l'ansia come un sistema precauzionale piuttosto che reattivo. Entra in azione prima che il pericolo si manifesti, basandosi su ipotesi più che su prove.

Un sistema, due bersagli

Questo meccanismo di anticipazione non si è evoluto per un solo tipo di pericolo, ma per due tipologie di minacce ugualmente vitali per i nostri antenati. Il primo riguarda l'incolumità fisica: la paura di un danno al corpo o di una malattia è legata al sistema che ci spinge a cercare vicinanza e protezione da chi si prende cura di noi, e resta accesa quando questa rassicurazione manca o non basta a calmarci (Liotti et al., 2017). Il secondo riguarda la posizione nel gruppo: la paura di essere esclusi, giudicati o declassati è legata al sistema che regola la competizione sociale, quello che ci fa monitorare costantemente come veniamo percepiti dagli altri (Liotti et al., 2017). Per i nostri antenati, restare fuori dal gruppo non era un problema di immagine, significava invece perdere protezione, cibo e alleati, una minaccia alla sopravvivenza concreta quanto un attacco fisico.

Un dato recente conferma quanto questa equivalenza sia rimasta intatta. In uno studio condotto su un campione di donne islandesi, alcune con sintomi da stress post-traumatico e altre senza, i ricercatori hanno chiesto a ciascuna di ripensare all'esperienza più difficile vissuta e di valutare quanto in quel momento avesse percepito una minaccia alla propria vita e quanto, separatamente, avesse percepito umiliazione o rifiuto da parte degli altri. Il risultato è che le due percezioni pesavano in modo comparabile sulla gravità dei sintomi successivi; l'umiliazione, da sola, prediceva anche la gravità di un disturbo d'ansia sociale, cosa che la minaccia fisica non faceva (Hardarson et al., 2025). Ovvero: un rifiuto sociale può lasciare una traccia psicologica paragonabile a quella di un pericolo fisico reale, non perché siamo ipersensibili, ma perché il sistema che valuta le minacce tratta questi stimoli come equivalenti.

Un sistema in evoluzione

Questo doppio sistema di allerta, però, non è rimasto del tutto fermo nel tempo. La sua componente più reattiva, la paura, si aggiorna abbastanza bene sulla rilevanza attuale delle minacce. In uno studio su 660 persone, i ricercatori hanno costruito un elenco di brevi situazioni, ciascuna pensata per evocare soprattutto paura o disgusto, suddivise in tre gruppi: minacce ancestrali come i serpenti o le altezze, minacce moderne come un incidente d'auto o l'elettricità, e minacce da contagio come un'epidemia. Ai partecipanti è stato chiesto di leggere ogni situazione e valutare quanta paura, disgusto e rabbia gli avesse suscitato. Il risultato è che le situazioni di pericolo moderno hanno generato in media più paura di quelle ancestrali come serpenti e altezze (Peléšková et al., 2024): il cervello, davanti a un pericolo visibile, riesce dunque a riconoscere che oggi si rischia di più in macchina che nella savana.

L’ansia si comporta diversamente: resta ancorata alle due categorie di sempre, fisica e sociale. Quella sociale tuttavia sembra occupare oggi uno spazio particolarmente ampio: un'indagine su oltre 6.800 giovani tra i 16 e i 29 anni in sette paesi ha rilevato che più di un terzo del campione (il 36%) superava la soglia clinica per il disturbo d'ansia sociale, una percentuale molto più alta di quanto le stime precedenti suggerissero, incluso il 12% di prevalenza nell'arco della vita riportato da studi passati negli Stati Uniti (Jefferies & Ungar, 2020). Gli stessi autori restano cauti: trattandosi di un confronto tra un campione attuale e stime raccolte altrove con metodi diversi, non è una prova diretta di un aumento nel tempo, ma un segnale che rende l'ipotesi plausibile. Resta comunque un dato che indica come, delle due categorie ancestrali dell'ansia, quella sociale non abbia mantenuto lo stesso peso relativo nel tempo, si è evoluta con noi.

Il confronto con la contemporaneità

Il vero punto debole di questo meccanismo, allora non è la novità delle minacce moderne, ma la loro forma. Le crisi di oggi, dall'incertezza economica alle notizie di guerra o di emergenza climatica che si susseguono senza sosta, non hanno un inizio e una fine riconoscibili come un attacco di un predatore: restano attive per mesi o anni, senza indicazioni di risoluzione (Yong et al., 2026). È un po' come un allarme antincendio pensato per un fuoco che si spegne in pochi minuti: se le fiamme non si spengono mai, l'allarme resta acceso per sempre, anche quando suonare non serve più a nulla.

Le conseguenze di questa allerta prolungata non restano confinate al vissuto individuale, né distribuite in modo uniforme. Gli stessi dati Istat citati in apertura mostrano che, tra il 2016 e il 2024, il peggioramento del benessere psicologico si è concentrato quasi per intero tra i più giovani, in particolare le ragazze, tra i 14 e i 19 anni. È la stessa fascia d'età in cui, come mostra l'indagine sull'ansia sociale citata sopra, il confronto costante con gli altri sembra aver guadagnato peso proprio nella componente sociale dell'ansia (Jefferies & Ungar, 2020).

Il sistema che oggi genera ansia, a volte cronica, quindi, sta facendo ciò per cui si è evoluto: anticipare pericoli fisici e sociali sulla base di indizi, restando attivo finché non arriva un segnale chiaro che il pericolo è passato. Il problema è che il mondo in cui opera oggi offre sempre più raramente due cose che un tempo erano scontate: un momento riconoscibile in cui il pericolo comincia, e soprattutto un momento in cui si può dire che è finito. Riconoscere questo scarto non basta certo a spegnere l'ansia, ma permette di guardarla per quello che è: ma un sistema antico alle prese con un mondo sempre più complesso, che cambia molto rapidamente.

Riferimenti bibliografici

Hardarson, J. P., Gudmundsdottir, B., Jonsson, G. S., Johannesdottir, B. M., Thorarinsdottir, K., Tomasson, G., Holmes, E. A., Hauksdottir, A., Valdimarsdóttir, U., Asmundson, G., & Bjornsson, A. S. (2025). Association of social and life threats with symptoms of posttraumatic stress disorder and social anxiety disorder. Journal of Anxiety Disorders, 110, 102981. https://doi.org/10.1016/j.janxdis.2025.102981

Jefferies, P., & Ungar, M. (2020). Social anxiety in young people: A prevalence study in seven countries. PLOS ONE, 15(9), e0239133. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0239133

Liotti, G. (2017). Comprensione delle emozioni in psicopatologia e psicoterapia: il contributo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione. In G. Liotti, G. Fassone, & F. Monticelli (a cura di), L'evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Teoria, ricerca, clinica (Cap. 8). Raffaello Cortina Editore.

Peléšková, Š., Polák, J., Janovcová, M., Chomik, A., Sedláčková, K., Frynta, D., & Landová, E. (2024). Human emotional evaluation of ancestral and modern threats: fear, disgust, and anger. Frontiers in Psychology, 14, 1321053. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2023.1321053

Stein, D. J., & Nesse, R. M. (2011). Threat detection, precautionary responses, and anxiety disorders. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 35(4), 1075–1079. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2010.11.012

Yong, J. C., Lim, A. J., Tan, E., & Chan, S. H. M. (2026). Evolutionary Mismatch, Stress, and Competition: Making Sense of Psychosocial Problems in the Polycrisis Era. Behavioral Sciences, 16(5), 650. https://doi.org/10.3390/bs16050650