23 Luh 2026 · Uno sguardo sulla clinica

Sopravvivere al mondo dell'eccessivo: oltre il mito della dopamina, la ricerca sulle dipendenze comportamentali

Cosa guarda davvero la scienza quando distingue un uso intenso da una dipendenza

Temiamo di produrre "troppa dopamina" come se fosse una droga, diamo per scontato che dipendenza da videogiochi o social siano condizioni clinicamente riconosciute proprio come il gioco d'azzardo (e non lo sono), e giudichiamo più severamente un'abitudine imbarazzante che una diffusa e normalizzata, come bere alcolici. Ecco cosa dice davvero la ricerca.

In sintesi
  • La dopamina ci fa desiderare qualcosa con forza, ma non ci fa provare più piacere quando lo otteniamo: desiderare intensamente un comportamento, quindi, non basta da solo a renderlo una dipendenza.
  • Il consenso sociale spesso sbaglia direzione: un comportamento minoritario o riconosciuto come imbarazzante, come guardare pornografia, per esempio, viene percepito come più "a rischio" di uno diffuso e socialmente accettato, come bere alcolici, indipendentemente dal danno reale che produce.
  • Tra le candidate "nuove dipendenze" (gaming, shopping compulsivo, uso problematico dei social), solo il gioco d'azzardo è riconosciuto come disturbo clinico vero e proprio; il criterio più utile per distinguere un uso intenso da una dipendenza reale è la funzione psicologica che il comportamento svolge, e qui l'attaccamento insicuro ha un ruolo centrale.

Quando si parla di dipendenze comportamentali - ovvero dipendenze che non riguardano l’assunzione di una sostanza ma un comportamento come giocare d'azzardo, usare i social media o i videogiochi, fare shopping, consumare pornografia - tre equivoci convivono, spesso in direzioni opposte.

Il primo è lessicale: si teme di produrre "troppa dopamina", come se fosse una sostanza di cui abusare, mentre si tratta di un neurotrasmettitore che il cervello produce di continuo in risposta a stimoli anche banali. È il presupposto dietro pratiche virali come il cosiddetto "dopamine detox", che negli ultimi anni ha totalizzato decine di milioni di visualizzazioni sui social (Dazed, 2023). Il secondo riguarda il riconoscimento clinico: si dà per scontato che comportamenti come il gaming o l’uso dei social media abbiano lo stesso peso clinico diagnostico del gioco d’azzardo, un'equivalenza rilanciata spesso anche da testate e piattaforme divulgative, secondo cui la dipendenza da social sarebbe "uguale" a qualunque altra dipendenza (Social Media Victims Law Center), anche se nella pratica quasi nessuno di questi comportamenti è ufficialmente classificato come disturbo dai manuali diagnostici, sebbene possano richiedere un trattamento clinico. Il terzo deriva dal consenso sociale: un comportamento minoritario o moralmente disapprovato da un gruppo, come guardare pornografia, per esempio, genera più allarme di uno maggioritario e normalizzato, come bere alcolici, indipendentemente da quale dei due produca più danno reale; lo stesso Grubbs, il cui lavoro accademico riprendiamo più avanti, ha definito pubblicamente questo fenomeno un "panico morale" attorno alla pornografia (The Hill, 2024). La ricerca scientifica permette di sciogliere tutti e tre questi equivoci, uno alla volta.

Il mito "dopamina = piacere"

La teoria della sensibilizzazione incentivante, riformulata a trent'anni dalla sua prima pubblicazione, chiarisce che i circuiti dopaminergici mesolimbici mediano il wanting - il desiderio motivazionale verso un comportamento - non il liking, cioè il piacere che se ne ricava una volta ottenuto (Robinson & Berridge, 2025). È la differenza tra il desiderio che si prova prima di aprire un'app o iniziare a giocare, e la soddisfazione (spesso minore delle attese) che si prova mentre lo si sta facendo: studi su animali e su esseri umani mostrano che il primo può crescere nel tempo anche quando il secondo resta stabile o addirittura diminuisce (Robinson & Berridge, 2025). Questo smonta alla radice l'idea che più dopamina equivalga a più piacere, e con essa il timore, diffuso nell'immaginario collettivo, di poterne "produrre troppa": la dopamina non è un agente esterno di cui ci si può “saturare”, ma il meccanismo che rende un obiettivo più desiderabile. Sapere questo aiuta a non scambiare un desiderio intenso per un segnale di allarme clinico, e a chiedersi piuttosto se quel desiderio sia ancora sotto il proprio controllo.

Le dipendenze riconosciute

Una review pubblicata nel 2025 sull'American Journal of Psychiatry fa il punto su cinque comportamenti candidati a "dipendenza comportamentale": gioco d'azzardo, gaming, disturbo compulsivo del comportamento sessuale, disturbo compulsivo da acquisto, uso problematico dei social media (Brand et al., 2025). Solo il gioco d'azzardo è incluso come disturbo autonomo nel DSM-5-TR, il manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali; il gaming resta in una sezione dedicata a temi che richiedono ulteriori ricerche, non ancora una diagnosi ufficiale, mentre l’ICD-11 - il sistema di classificazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - riconosce sia il gioco d'azzardo sia il gaming come disturbi da comportamenti che generano dipendenza (Brand et al., 2025). Le altre condizioni sembrano restare al momento invece prive di una dignità diagnostica formale in entrambi i sistemi, pur essendo definite dagli stessi autori clinicamente rilevanti e diffuse: in pratica, questo significa che non esistono ancora criteri diagnostici condivisi né linee guida di trattamento validate, anche quando il disagio riferito dalle persone è reale e richiede un intervento clinico. Un meccanismo cerebrale simile a quello delle dipendenze da sostanza, da solo, non è bastato a far includere un comportamento in un manuale diagnostico.

Il criterio che conta: la funzione

Vi è un terzo piano di analisi da considerare, la funzione che il comportamento svolge per la persona. L’ipotesi dell'autoterapia, formulata da Khantzian, descrive la dipendenza come un tentativo parzialmente riuscito di regolare stati affettivi dolorosi, non di massimizzare il piacere (Khantzian, 1997). Una review sistematica su 37 studi rafforza questa lettura da un'angolatura diversa: l'attaccamento insicuro, cioè la difficoltà, sviluppata fin dall'infanzia, a fidarsi degli altri e a regolare le proprie emozioni in una relazione, è un fattore di rischio robusto e trasversale per lo sviluppo di un disturbo da uso di sostanze, confermato in tutti gli studi trasversali esaminati (Schindler, 2019). I pattern non sono uniformi: un attaccamento spaventato-evitante, caratterizzato dal desiderio di vicinanza e dal timore di ottenerla, è il più frequente tra i consumatori di eroina, mentre chi abusa di alcol mostra pattern più eterogenei, spesso ansiosi o inclini a cercare vicinanza in modo insistente (Schindler, 2019). La relazione è inoltre bidirezionale: l'attaccamento insicuro precede l'abuso, ma l'abuso prolungato compromette a sua volta la capacità di stabilire legami sicuri, in un circolo che una metanalisi citata da Schindler descrive come significativo in entrambe le direzioni (Fairbairn et al., 2018, in Schindler, 2019).

Questo criterio funzionale spiega meglio dei primi due perché il consenso sociale, richiamato in apertura, sia una bussola così inaffidabile. Chi si descrive come "dipendente da pornografia" lo fa, nella letteratura, più spesso per un conflitto tra il proprio comportamento e i propri valori morali o religiosi che per un consumo oggettivamente fuori controllo: è la disapprovazione verso se stessi, più della quantità effettiva di utilizzo, a generare il senso di dipendenza (Grubbs & Perry, 2019). D’altra parte, una valutazione comparativa dei danni di 20 sostanze colloca l'alcol al primo posto per danno complessivo (più di eroina e cocaina) nonostante resti l'unica, tra le prime tre, a essere legale, oltre che ampiamente diffusa e socialmente tollerata (Nutt, King, & Phillips, 2010). In un caso il giudizio è troppo severo, nell'altro troppo indulgente, e in nessuno dei due coincide con il danno reale o con la funzione che il comportamento svolge per chi lo mette in atto.

Resta allora una domanda più utile del "quanto tempo" o "quanto è comune": quel comportamento sta ancora facendo, per chi lo pratica, il lavoro emotivo per cui è iniziato o ha smesso di funzionare, restando comunque al suo posto?

Riferimenti bibliografici

Brand, M., Antons, S., Bőthe, B., Demetrovics, Z., Fineberg, N. A., Jimenez-Murcia, S., King, D. L., Mestre-Bach, G., Moretta, T., Müller, A., Wegmann, E., & Potenza, M. N. (2025). Current advances in behavioral addictions: From fundamental research to clinical practice. American Journal of Psychiatry, 182(2), 155–163. https://doi.org/10.1176/appi.ajp.20240092

Grubbs, J. B., & Perry, S. L. (2019). Moral incongruence and pornography use: A critical review and integration. Journal of Sex Research, 56(1), 29–37. https://doi.org/10.1080/00224499.2018.1427204

Khantzian, E. J. (1997). The self-medication hypothesis of substance use disorders: A reconsideration and recent applications. Harvard Review of Psychiatry, 4(5), 231–244. https://doi.org/10.3109/10673229709030550

Nutt, D. J., King, L. A., & Phillips, L. D. (2010). Drug harms in the UK: A multicriteria decision analysis. The Lancet, 376, 1558–1565. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(10)61462-6

Robinson, T. E., & Berridge, K. C. (2025). The incentive-sensitization theory of addiction 30 years on. Annual Review of Psychology, 76, 29–58. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-011624-024031

Schindler, A. (2019). Attachment and substance use disorders—Theoretical models, empirical evidence, and implications for treatment. Frontiers in Psychiatry, 10: 727. https://doi.org/10.3389/fpsyt.2019.00727